13/02/2008 01:02


 (Nella foto il Presidente Nazionale A.N.V.G.D. Sen. Lucio Toth)

Signor Presidente, Autorità, Signore e Signori,

incoraggiati dalle Sue parole di un anno fa, Signor Presidente, abbiamo voluto cercare e approfondire le ragioni prime della nostra vicenda di italiani dell'Adriatico orientale.
Le parole di un Capo dello Stato esprimono la volontà e il sentimento di un'intera nazione e noi Le siamo grati per il messaggio che ha voluto lanciare agli italiani il 10 Febbraio 2007, facendoci sentire, dopo una così lunga "congiura del silenzio", vicini al cuore di tutto il nostro popolo e alla storia del Paese che abbiamo tanto amato e sempre amiamo.
Ma ci siamo anche domandati - come era nostro dovere - perché questo messaggio non sia stato compreso appieno, sia al di qua che al di là dei confini della nostra Repubblica.
La legge istitutiva del Giorno del Ricordo parla del "più ampio contesto" nel quale si inseriscono le vicende degli eccidi delle Foibe e dell'Esodo di 350.000 istriani, fiumani e dalmati italiani. E su questo "ampio contesto" abbiamo riflettuto durante l'anno trascorso, con gli studiosi che ci sono vicini.
Non siamo del resto noi, istriani, dalmati e fiumani, il solo popolo che abbia subito persecuzioni, pulizie etniche, genocidi soltanto a causa della propria identità nazionale.
È giusto quindi raffrontare le nostre vicende a quelle di altre nazioni, vicine o lontane che siano dalle sponde dei nostri mari.
Mettendo a paro sentimento e ragione, riflessione e passione politica, ci siamo resi conto che alle radici del dramma vissuto dalle nostre terre natali - dove per secoli abbiamo convissuto con conterranei di lingue diverse - vi sono cause intrinseche ed estrinseche alla nostra posizione geografica e alla storia stessa dell'Europa, cause prossime e cause remote.
Certo tra le cause prossime ed estrinseche vi fu lo scontro tra ideologie contrapposte: nazionaliste nel corso dell'Ottocento, socio-politiche nel corso dei Novecento, che ha visto consumarsi in pochi decenni il sogno dei nostri padri di vedersi riuniti alla Madrepatria e il distacco da essa della terra che ci aveva nutrito per generazioni.
La contraddizione tra opposte aspirazioni nazionali non poteva non condurre in una terra di frontiera, come tale plurale nelle sue componenti, ad una inevitabile contrapposizione tra chi voleva che questa terra appartenesse allo Stato-Nazione-Italia e chi voleva invece che quella stessa terra, che sentiva altrettanto sua, fosse ricompresa in altro Stato.
Lo scontro tra imperialismi contrapposti, che fu all'origine della prima guerra mondiale, e quello tra opposte ideologie - alcune totalitarie - che fu all'origine della seconda, non favorì la comprensione reciproca, anzi la allontanò, scavando un solco profondo di rancori e di rivendicazioni.
Quello che allora non si poteva capire, irretiti tutti da pregiudizi di pretese superiorità razziali o culturali, oggi, da cittadini adulti di un'Europa unita, si può e quindi si deve capire.
Ma ci sono anche le cause remote, intrinseche all'essenza stessa della nostra identità di italiani dell'Adriatico orientale, che vanno esplorate e approfondite con spirito sereno.
Chi può rimproverare a noi, esuli dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia di avere amato la nazione italiana, di sentirci parte di essa, di aver conservato la nostra lingua e la nostra cultura di fronte a minacce e pressioni che mettevano a rischio la nostra sicurezza e i nostri beni?

E alla fine la nostra stessa vita?
Inoltrandoci nella ricerca, soprattutto sullo sviluppo delle idee liberali e democratiche durante il XIX secolo, non si può non constatare come siano state queste idee il motore primo, l'ispirazione fondamentale della tutela della tradizione italiana nella penisola istriana e lungo le coste e le isole del Quarnero e della Dalmazia.
L'autonomismo fu la chiave di volta di questa cultura politica, che prendeva atto realisticamente e onestamente della pluralità linguistica delle nostre regioni e ne voleva preservare le caratteristiche come risorse vitali delle nazioni che vi confluiscono, anziché come motivo di odio e di conflitto.
Fu dal fallimento dell'autonomismo - per cause di politica internazionale che passavano sopra le nostre teste – che sorse l'irredentismo adriatico, come quello trentino. Ma all'interno di questo movimento l'atteggiamento prevalente non era quello della chiusura e della sopraffazione, ma un moto di riscossa nazionale che accomunava popoli diversi. Le parole e le azioni di Nicolò Tommaseo, di Antonio Baiamonti, di Carlo Combi, di Antonio Grossich e degli altri leader del "partito italiano" dell'Istria, della Dalmazia e di Fiume sono ben lontane da pulsioni oppressive o comunque scioviniste. Altrettanto lontane quelle di Scipio Slataper o di Giani Stuparich.
Sono queste radici liberali a spiegare da un lato la simpatia verso le nostre aspirazioni della parte più avanzata della cultura italiana del tempo, sia tra le file repubblicane che tra quelle cattoliche e socialiste; dall'altro il dramma vissuto delle nostre popolazioni e dalle nostre classi dirigenti al sopravvenire del regime fascista, che mentre voleva apparire come erede del moto risorgimentale, ne contraddiceva i presupposti filosofici e morali.
Ma andando ancora più in là ci si avvede una radice più profonda della presenza latina e veneta in quelle terre nei secoli di mezzo e nell'età moderna. Queste radici autoctone sono la conseguenza di una civiltà giuridica gelosamente custodita nelle istituzioni rappresentative delle nostre città libere, che cercavano di coniugare le antiche Libertates comunali con il modello delle moderne democrazie liberali.
L'età contemporanea non ha saputo preservare questa civiltà, sospingendo le nostre vite nel vortice delle esasperazioni ideologiche del Novecento.
Dalla barbarie del "secolo breve" sono derivate per noi, come conseguenze ultime, la tragedia delle Foibe e il dramma del nostro Esodo, sotto la spinta di una spietata dittatura comunista.
Perché non tornare alle sorgenti di questi ideali, in un'Europa che cerca la propria identità e la propria unità?
Perché non trarre dalla nostra esperienza dolorosa un progetto di convivenza e di ritrovata comunità di fini tra tutte le nazioni che si affacciano sul nostro Adriatico ?
È questa la domanda che noi rivolgiamo a chi ancora non vuole aprire il cuore e la mente al significato più alto e più vero del Giorno del Ricordo.
E quello che noi, italiani dell'lstria, di Fiume e della Dalmazia chiediamo è un ritorno alla ragione e alle verità: il nostro posto nella storia della nazione italiana, nella sua cultura, nel suo progresso civile.
Gli artisti, i musicisti, i letterati di queste terre hanno dato un contributo decisivo alla cultura italiana, facendo più volte da tramite con le culture dell'Europa centrale e orientale. Non si tratta soltanto della letteratura triestina del Novecento, ma di una catena di umanisti, di architetti, di uomini di scienza che ha collegato la tradizione romano-bizantina delle terre adriatiche orientali al Rinascimento e all'età moderna e contemporanea. Un contributo che è continuato fino ai nostri giorni in tutti i settori della vita nazionale, dalle attività produttive alla pubblica amministrazione, allo sport, al cinema, al teatro.
Come è giusto anche ricordare che al processo di unificazione nazionale parteciparono uomini e donne dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia: nella politica, nella diplomazia, nelle guerre di indipendenza. E altre vite hanno dato alla nazione i profughi di allora e i loro figli, caduti negli ultimi decenni nelle forze armate e nelle forze dell'ordine al servizio della Repubblica.
E questo contributo chiediamo che sia riconosciuto, per rispetto della storia. E che nei libri di scuola e nei testi universitari italiani i nomi di Pola, di Fiume, di Zara, di Pirano o di Rovigno non siano cancellati, ma siano piuttosto un viatico di fratellanza tra i popoli delle due sponde adriatiche.
Dei tre elementi costitutivi dello Stato: popolo, territorio, istituzioni, la perdita del secondo non comporta la cancellazione di chi fa parte del primo. Come ne da conferma l'art. 51, secondo comma, della Costituzione.
Una proiezione di questa eredità è anche l'aspirazione degli esuli giuliano-dalmati di vedere riconosciuti i loro diritti sui beni acquisiti dagli avi con la loro laboriosità e che un regime liberticida ci ha tolto, o di vederli equamente risarciti da uno Stato onesto, capace di riconoscere i propri obblighi giuridici e morali verso una gente che tutto ha dato alla nazione.
Allo stesso modo hanno diritto a una tutela coraggiosa i nostri connazionali rimasti nei territori di origine, che hanno testimoniato e difeso la loro identità in mezzo a tante avversità. Su di essi si invoca, a cominciare dal bilinguismo, la "tutela delle diversità identitarie" che è uno dei cardini dell'integrazione europea, di cui l'Italia è stata tra i fondatori e la cui guida è oggi affidata alla Repubblica di Slovenia.
Al termine di questo percorso di giustizia si troverà finalmente quel porto di riconciliazione che è il nostro traguardo finale. Questo è per noi, Signor Presidente, il senso vero del Giorno del Ricordo !

Intervento tratto da www.anvgd.it