08/07/2008 22:07



San Pellegrino, Patrono di Umago, è un Santo fortunato: lo abbiamo onorato, in occasione della ricorrenza annuale, con due momenti di intensa partecipazione. Il primo a Umago, il secondo a Trieste. Due statue, per noi un unico sentimento. Nella terra dei nostri Padri la statua originale, rimasta lì a “vegliare” sulla nostra storia e sulle nostre memorie, a Trieste la replica, che ci guida nella vita dell’esodo, problemi in parte ormai lontani, ma scolpiti per sempre nelle memorie, e problemi mai risolti, che pesano come macigni su chi ne porta la responsabilità, e conseguentemente ci impegnano affinché il nostro destino non ci riservi, alla fine, la più amara delle delusioni. Il ricordo delle grandi e partecipate feste patronali a Umago, e a Trieste nei primi anni dell’esodo, ci conforta nel guardare l’attualità.
Ma è un po’ amaro, il conforto.
A Umago il duomo ci accoglie per la Messa in italiano, quasi …ospiti, senza alcuna enfasi del celebrante. Pochi i “rimasti” presenti. Dove sono gli altri?

Probabilmente si faranno vivi nel pomeriggio, a San Pellegrino, i cori e le bande li attirano senz’altro di più, non noi. E poi Umago è in Croazia, ormai, e la maggioranza croata – ove emerge, dopo la clausura comunista, la grande religiosità – ha adottato il Santo e lo festeggia a suo modo. A Trieste, nella chiesa di Piazza Hortis, ci ritroviamo con maggior partecipazione emotiva, anche se un’ombra vela il nostro pensiero, quando contiamo i progressivi posti vuoti che ogni anno la statistica fatale evidenzia. Le parole del pastore umaghese, monsignor Muggia, ci danno forza, e al contempo ci rendiamo conto che sono passati quarant’anni da quando il Vescovo Santin scriveva la preghiera a San Pellegrino, e sempre esuli siamo…

Spesso abbiamo parlato di “esuli e rimasti”, di incontro, di confronto, di progetti, di collaborazione, e anche in quest’occasione – con il ricordo fresco della festa del Patrono - ritorniamo a esprimere qualche pensiero, con la trasparenza di acqua fresca, senza remore o pregiudizi, che ci siamo imposti di perseguire nella nostra attività di “Famiglia”.
Sinceramente dai “rimasti” ci saremmo aspettati di più: la voglia di incontro al momento dell’esplosione jugoslava, dei primi anni dopo la caduta delle stelle rosse, quando loro sentivano il bisogno di tutela, di aiuto, è stata soppiantata progressivamente, con l’avanzare della democrazia e il consolidamento economico, dalla freddezza.

Cosa possono fare gli esuli per noi?, si saranno chiesti, ormai non ne abbiano bisogno, siamo addirittura ridiventati cittadini italiani anche noi, grazie a Roma, senza muoverci, a casa nostra, con una semplice operazione di maquillage (non è difficile togliere una stella dal tricolore…). Gli esuli sono difficili, indigesti, portano avanti rivendicazioni che possono toccare anche i nostri interessi, meglio lasciarli perdere. Chiedono qualcosa per il cimitero? Ma sì, facciamo qualcosa, tanto paga l’Italia, sempre, anche quattro vecchie lapidi spostate sul muro esterno, ma per le tariffe cimiteriali …che si arrangino con l’impresa comunale. E poi è meglio avere rapporti con gli italiani non esuli, i veneti, nel ritrovato abbraccio con il leone di San Marco, che porta in Istria qualche euro per riparare tetti rotti, monumenti rovinati e ripristinare mura sbreccate.

Ecco che la loro freddezza è diventata la nostra freddezza, una perplessità di fondo che ci porta a vivere il rapporto con l’Istria in modo più algido. Quasi che attraversando Rabuiese in velocità e senza controlli, e poi valicando il Dragogna, ci trovassimo veramente in un altro mondo, non nella terra dei Padri. Il bello è che fra qualche anno anche a Umago sventoleranno le stelle d’Europa, e a noi esuli non resterà che continuare a batterci con forza per i nostri diritti – è l’unica cosa che ci resta – alla faccia di chi non ci considera, di chi ci vorrebbe più morbidi e in linea con la real-politik , libri, cultura, conferenze e rinfreschi. E non faremo certamente come quegli esuli che, per comodità, hanno acquisito la “domovnica” per ritornare a casa…

Questo è il messaggio chiaro che lanciamo a chi in questo momento ci governa. Ad Abbazia, in occasione della Festa della Repubblica Italiana (la presidenza della “Famiglia Umaghese” era stata invitata, ma si è ritenuto di non partecipare…) il console generale d’Italia a Fiume Fulvio Rustico così si è espresso: “L’Italia è in prima linea per dare sostegno all’amica Croazia nel suo avanzare verso l’Unione Europea, traguardo che per Zagabria è ormai a portata di mano”. Nella stessa occasione il Presidente dell’Unione Italiana Furio Radin ha rivolto un saluto agli esuli, quei connazionali sradicati dalla propria terra, ai quali si è aggiunto il dramma degli italiani sradicati dalla “madre patria”.

Noi vogliamo – ha sottolineato Radin – che questi due mondi siano uniti e operino per finalità comuni”. Abbiamo così scoperto – a sessant’anni da Vergarolla e dal Toscana, a più di cinquant’anni dal nostro esodo dalla zona B – che siamo tutti “sradicati”, esuli e rimasti. La collaborazione è sempre possibile, ma – ci permettiamo di dirlo – alle nostre condizioni.

Mariella Manzutto

( Articolo ricevuto da Umago Viva )