10/01/2009 16:01


Sino a qualche settimana fa ritenevano, o meglio ci illudevamo, che in Italia il toponimo Fiume fosse conosciuto e di conseguenza utilizzato. La città sul Quarnero, grazie alle sue vicende storiche, all’indomani della Grande guerra fece parlare di sé, ed il ricordo di quegli avvenimenti non venne meno per molti decenni. Nel capoluogo liburnico giunse Gabriele d’Annunzio con i suoi legionari, dando una scossa alla politica italiana, ormai sclerotizzata sul versante della questione adriatica. L’impresa del poeta-soldato si manifestò al culmine della cosiddetta “vittoria mutilata” e destò non poca attenzione. Successivamente venne istituita la Reggenza del Carnaro, si arrivò alla firma del trattato di Rapallo tra il Regno sabaudo e il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, che stabilì i confini tra le Alpi Giulie e l’Adriatico a seguito della dissoluzione dell’Impero d’Austria-Ungheria, nonché al “Natale di sangue”, con il bombardamento della regia marina italiana di una parte del centro urbano e la conseguente ritirata di d’Annunzio medesimo. Rammentando siffatti episodi non abbiamo detto nulla di nuovo. Infatti, a differenza delle altre pagine del passato dell’Adriatico orientale, misconosciute nel Bel Paese, la città di San Vito da sempre gode di una sorta di “privilegio”, poiché la sua storia viene affrontata anche nei libri di testo dedicati al Ventesimo secolo. Ebbene, nel raccontare quegli accadimenti, si parla sempre di Fiume. Malgrado tutto ciò, ai recenti campionati mondiali di nuoto, per i mezzi di comunicazione italiani la competizione si è svolta a Rijeka, punto. Per una singolare amnesia (o forse è meglio parlare di sindrone) tutta italiana, si riscontra una sorta di pudore nel diffondere, attraverso i mass media, i nomi italiani delle città della sponda opposta, quasi per non essere additati di nazionalismo, irredentismo, “avidità di terre altrui” e cose analoghe. Stranamente tali fobie – se veramente esistono – riguarderebbero esclusivamente le nostre terre mentre i servizi che giungono dal resto del mondo riportano tranquillamente i nomi nella versione italiana, se esiste. Non risulta che il governo cinese se la sia presa con Roma perché abbia parlato dei giochi olimpici di Pechino e anche i mezzi di comunicazione di massa della Slovenia, per fare un esempio, utilizzano sempre, senza eccezione alcuna, i toponimi nella propria lingua: Trst, Celovec, Videm, Neapelj, ecc., per riferirsi a Trieste, Klagenfurt, Udine, Napoli. E nessuno solleva vespai o accusa Lubiana di “velleità espansionistiche”.
In Italia, invece, ci troviamo in primo luogo di fronte ad una notevole disinformazione in merito alle “cose” adriatiche, perciò l’uso quasi esclusivo della toponomastica slovena e/o croata sovente non è una questione di malafede bensì è il risultato dell’ignoranza, quella stessa che accantona quanto di italiano ancora esiste in quelle contrade. Come i toponimi per l’appunto. Grazie a tali profani si ha la sensazione che quei nomi non siamo altro che il retaggio di un passato che si vuole dimenticare, frutto dell’imposizione fascista, e di conseguenza si ritiene non abbia più senso utilizzarli in quanto sarebbero stati semplicemente “tradotti”. E non sono illazioni. Solo qualche anno fa un noto storico italiano, in un suo volume pubblicato da una prestigiosa casa editrice come Mondadori, ha scritto niente meno che Capodistria, Parenzo e Pola non sono altro che la versione italianizzata, voluta dal regime mussoliniano, dei toponimi slavi originali. Si può arrivare anche a tanto, affermando stoltezze di questo tenore. Se per assurdo ciò fosse vero, continueremmo a non capire perché nessuno invece è “titubante” nell’uso dei toponimi dei centri delle ex colonie, questi sì confezionati all’italiana.
Anche per siffatti motivi le guide turistiche si ostinano a usare la toponomastica italiana (in certe zone dell’Istria esistente ufficialmente anche perché prevista dagli statuti municipali) mentre tranquillamente si parla di Belgrado, Zagabria, Berlino, Londra, ecc. Quindi esistono due pesi e due misure. Evidentemente chi lavora nel mondo dell’informazione e della stampa non ha nemmeno la minima infarinatura sulla storia e la cultura delle terre ad oriente di Trieste e di conseguenza non possiamo attenderci grandi cose. Pretendere si conoscano i toponimi italiani – storici, esistenti per secoli, perciò non imposti, che trovano riscontro sul territorio, si noti bene – di tutte le coste e le isole dell’Adriatico orientale, forse è una pretesa troppo esigente, però quello a ciò che stiamo assistendo è al limite del grottesco poiché si ignorano addirittura i nomi dei centri maggiori, ed il caso di Fiume è emblematico. Comprendiamo poi che i mezzi di comunicazione italiani, non operanti nel Friuli Venezia Giulia, possano trovarsi in difficoltà nel riportare i toponimi, che nella maggior parte dei casi sono stati banditi e/o colpiti dalla damnatio memoriae, però è inammissibile che “Il Piccolo”, lo storico quotidiano giuliano, anche qualche giorno addietro, nel riportare i risultati di alcuni sondaggi effettuati a cavallo dell’ormai ex confine, scriva pacatamente di Koper (sic), la cittadina, aggiungiamo noi, “conosciuta anche” come Capodistria, a un tiro di schioppo dalla redazione di quel giornale!

Tratto da "La Voce del Popolo"