22/03/2009 17:03


«C’era una volta...». Di solito le fiabe a lieto fine iniziavano così. C’era una volta dunque «la pittoresca località di Piemonte d’Istria nell’alto buiese...» inizia così l’articolo a firma di P.R. che sul Piccolo del 17 marzo ci racconta che a Piemonte sono rimasti soli 37 abitanti mentre se ne contavano ben 2000. Dall’articolo sembra di capire che il lieto fine riservato a questo piccolo villaggio – un tempo operoso e vivace ma oggi completamente distrutto e reso irriconoscibile – sia quello di diventare un «monumento culturale» grazie a un progetto di ben 9 milioni di euro stanziati in un programma europeo di recupero. Quindi fine della storia? Tutto qua? In effetti se Piemonte non fosse «d’Istria» ma ad esempio «di Cadore» o «della Valsugana» non ci sarebbe molto da aggiungere a questo roseo finale, ma capita che questo Piemonte sia uno dei villaggi istriani «liberati» dagli uomini di Tito, nella fattispecie dai croati che nel ’43 decisero di riunire l’Istria alla «madrepatria» croata con il buon supporto di alcuni poveri illusi comunisti italiani che si diedero da fare collaborando alla caccia al fascista (cioè a tutto ciò che non era filojugoslavo).

Nell’articolo nessun accenno a questo triste e determinante passaggio nella vita di Piemonte come pure nessuna spiegazione al fatto che gli abitanti si siano ridotti da 2000 persone a 37 (un’epidemia? Un’ emigrazione per motivi economici?). L’importante è stato sottolineare l’aspetto culturale del recupero anche se nell’articolo non si trova nulla che sostenga questa nobile ipotesi. Per il villaggio in effetti è previsto uno sfruttamento economico in grande stile: «Tutto il borgo diventerà un albergo a 4 stelle con la reception nel castello e le dependance nelle altre costruzioni storiche». Di culturale dunque nulla, se più non si vuol spacciare per «culturale» l’info-point e le gallerie artistiche con terrazza ricavati nella vecchia scuola e i cui lavori sono già iniziati. Che poi la scuola fosse stata costruita dall’Italia durante il ventennio e frequentata dai bambini che non ce la fecero successivamente a reggere i «compagni maestri croati liberatori» preferendo a loro i maestri italiani dei campi profughi di tutta Italia non ha molta importanza, probabilmente lo spazio non era sufficiente. Ebbene, come rappresentante dei 1963 «vaporizzati» di Piemonte e dei loro eredi (2000 meno 37) mi sento di dire che un minimo di spazio per descrivere la violenza che si scatenò anche a Piemonte per mano dei «liberatori» croati (e dei degni collaboratori italiani) si sarebbe potuto trovare. Non ci fosse stato quell’esodo non ci sarebbero stati l’abbandono, i crolli e nemmeno un domani le dependance di lusso nelle case di chi «venne allontanato». E sempre a nome dei 1963 «innominati» provo vergogna e imbarazzo nel considerarmi italiano nel momento in cui l’Italia, che fu violentemente sradicata da Piemonte e dall’Istria, si ritrova partner in affari proprio con i croati a cui sono rimasti oggi i nostri beni (lungi ancora dall’essere indennizzati). Siamo nella situazione in cui il vostro vicino «decide» che la vostra casa diventa la sua, la occupa, la trascura, ne fa una maceria e dopo tutto questo (dopo 60 anni) siete voi che gli date dei soldi affinché la ristrutturi e ne ricavi un suo profitto!

Eh sì, perché è questa poi la sostanza dell’intervento su Piemonte d’Istria. Questa è l’ultima vergogna italiana giocata sulla pelle di noi esuli. Sbeffeggiati dalla Croazia che si gioverà dei nostri finanziamenti mentre – solo un esempio – ci ha relegati buoni ultimi nella lista di chi poteva accedere al mercato immobiliare. Sbeffeggiati dall’Italia che da una parte non ha i soldi per chiudere i conti per quanto deve agli esuli ma li trova, attraverso alcune amministrazioni regionali, per regalarli a chi un tempo si sbarazzò buttando nelle foibe tutto ciò che era italico. Sbeffeggiati da una tragica cooperazione transfrontaliera per lo sfruttamento economico-turistico di un villaggio italiano «rapinato». Ricordiamoci che senza l’esilio degli italiani non si sarebbe potuto scrivere questo «lieto fine» e ricordiamoci che ricordare solo il 10 febbraio diventa solo una inutile farsa.

Franco Biloslavo, segretario Comunità Esuli di Piemonte d’Istria