Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia, uscendone sconfitta, dovette cedere quasi tutta la Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito. Mentre tutta l’Italia gioiva per la pace ritrovata, per l’Istria, Fiume e la Dalmazia iniziava un triste e tragico periodo, che avrebbe portato 350.000 persone ad abbandonare quelle terre e a disperdersi esuli per il mondo.

Alcune migliaia approdarono a Torino, alle Casermette San Paolo, campo di raccolta profughi. La sistemazione nei camerini era squallida: le famiglie erano divise l’una dall’altra da coperte appese a corde alte poco più di 2 metri, i servizi e i lavatoi erano in comune e per molti anni questa fu l’unica sistemazione che i profughi poterono permettersi in attesa di avere una vera casa.

Io sono istriana, ero una di questi profughi e mi è toccata questa sorte.

Tra la triste realtà quotidiana, la rabbia impotente per l’ingiustizia subita, il rimpianto sempre presente per la terra natia e per la casa abbandonata, gli anni passarono.

Avere vent’anni comunque significa sperare nel futuro, in un futuro migliore e i giovani trovarono perciò modo di divertirsi e socializzare: nacquero squadre di calcio, una corale mista e si facevano feste e balli al suono di un grammofono... così sbocciarono tanti amori che sfociarono nel matrimonio e la storia della mia famiglia ebbe inizio proprio così.

I torinesi ci accolsero con la riservatezza che li caratterizzava, unita però ad una diffidenza che scomparve poi man mano che la conoscenza si approfondiva.
Torino ci diede prima un ricovero, poi un lavoro ed infine una casa.
Intanto, alla periferia della città, si iniziarono a costruire nuovi quartieri e con l’edilizia popolare venne data a profughi, sfollati e sinistrati una casa decorosa.

La Falchera nacque allora ed è qui che io abito da quasi 50 anni.

Il quartiere ricopriva un territorio piuttosto esteso, ampi prati circondavano i caseggiati di soli tre piani, alberi, fiori e l’aria sana della campagna lo resero uno dei posti più belli per viverci e costruire una famiglia. 50 anni! Quanti ricordi mi affollano la mente. E’ con dolce malinconia che gli anziani ricordano la propria gioventù, la più bella stagione della vita!

Certo che all’inizio non fu tutto facile. Le strade non erano asfaltate e d’inverno si camminava nel fango. I prati, con ancora i detriti lasciati dai cantieri edili, erano in disordine. I negozi erano pochi ed era disagevole raggiungere la città fino a che l’ATM non istituì la linea 50, che collegava la Falchera alla Barriera di Milano.

Non c’era ancora la chiesa e la Santa Messa veniva celebrata sotto un portico, pi in un fabbricato di legno, fino al 1957, anno in cui venne inaugurata l’attuale chiesa dedicata a San Pio X.

Si gioiva per la casa nuova, per la sicurezza che ci dava: era il nido ritrovato, quel nido che la guerra ci aveva in vari modi sottratto.
L’alloggio che ci venne assegnato era piccolo, ma dotato di comodità alle quali non eravamo abituati: acqua corrente calda e fredda, il gas e in un secondo tempo il riscaldamento centralizzato. Rispetto alla situazione delle casermette ci sembrò una reggia!

Intanto i giardini e le strade vennero sistemati ed era bellissimo nelle tiepide sere d’estate passeggiare, incontrarsi, allacciare conoscenze che poi diventarono amicizie che perdurano tuttora.
Falchera diventò un paese: ci si conosceva tutti, alcuni bene altri soltanto di vista.

Col tempo anche noi istriani ritrovammo la voglia di riprendere tradizioni antiche. Ricordo le messe solenni cantate dalla nostra corale, diretta dal bravo e compianto maestro Gianni FERRO e le processioni per le vie del quartiere, con i balconi e le finestre adornati con fiori e pianti e con i drappi più belli.
Queste occasioni rappresentavano momenti di festa della comunità ed erano vissute con partecipazione ed entusiasmo poiché riprendevano tradizioni dei nostri paesi tramandateci dai nostri cari.

E c’era anche la banda! Un complesso bandistico rallegrava ogni festa del quartiere. La nascita della Banda Falcherese si deve alla pazienza ed alla costanza di un amante della musica, Rocco SARNO, che, nello scantinato del suo negozio di scarpe, insegnò a molti giovani le basi musicali per imparare a suonare uno strumento.

Con il passare degli anni e il consolidarsi della comunità i servizi migliorarono: si aprirono due asili, un consultorio pediatrico, due studi medici, un posto di Pubblica Sicurezza e due cinematografi, uno privato e uno parrocchiale.

L’oratorio fu punto d’incontro molto importante per i giovani. Attraverso varie iniziative divenne un centro di aggregazione per bambini e adolescenti. Si formò un coro misto giovanile, anch’esso sotto la direzione del maestro FERRO. Vennero organizzati recital e spettacoli teatrali, gite ed attività sportive. All’oratorio si giocava a palla-prigioniera, a calcio, si praticava il pattinaggio a rotelle e si cominciò a giocare a pallavolo. Vennero infatti poste allora le basi della P.G.S. (Polisportiva Giovanile Salesiana) “CONQUISTA”, nome che venne scelto dalle ragazze per la loro prima squadra e che ancora oggi contraddistingue le squadre di pallavolo della Falchera, che proprio quest’anno si sono imposte non solo a livello regionale ma anche nazionale.
L’oratorio era diretto dalle “Suore di Maria Ausiliatrice”, giovani, attive e molto capaci nel conquistare la simpatia delle ragazze e che gestivano inoltre l’asilo parrocchiale. Tra loro non posso fare a meno di ricordare Suor IMELDA e Suor GIANNINA per lo spirito, la vivacità e la simpatia che le distingueva.
In seguito si stabilì a Falchera anche la comunità delle “Suore della Carità” la cui opera era ed è tuttora dedicata agli ammalati ed agli anziani.
Noi abitanti della Falchera abbiamo, verso tutte le suore che in questi anni hanno operato nella nostra comunità, un sentimento di profonda gratitudine.

In seguito si aprirono nuovi circoli e nacquero gruppi che operarono e operano tuttora a livello sociale per risolvere i problemi degli abitanti del quartiere e per informare, come avviene ad esempio tramite la pubblicazione del giornalino mensile “Gente di Falchera”.

Negli anni ’60 la comunità Falcherese era prevalentemente formata da operai ed impiegati. Si lavorava sodo per realizzare i primi desideri, per poter acquistare quei beni di “prima necessità” che ci avrebbero facilitato la vita come il frigorifero, la lavatrice e poi un bene di lusso: la televisione!
Che anni furono quelli! Quante conquiste! Si stava bene e si viveva in tranquillità.
I bambini, liberi di giocare nei prati crescevano sani all’aria aperta, il traffico era pressoché inesistente, l’aria pulita e ancora non sapevamo cosa fosse lo smog!

Le famiglie crescevano e la “vespa” o la “lambretta” non erano adatte a trasportare tutti, così, con lo sviluppo dell’industria automobilistica e l’uscita di automobili di piccola cilindrata (come la “500” o la “600”) anche gli abitanti della Falchera poterono permettersi la “macchina”. Quanta gioia poter andare alla scoperta dei luoghi caratteristici intorno a Torino, fino ad allora sentiti solo nominare: Superga, il Parco della Maddalena, il castello di Agliè, la palazzina di Stupinigi ecc. E poi le gite in montagna: ad Ulzio in Val di Susa, a Pragelato, al Pian del Re ecc. Si aprirono per noi un nuovi orizzonti.

Però l’automobile – questo mezzo così utile – e la televisione – che nel frattempo era entrata in tutte le case, contribuirono a far si che la Falchera perdesse quell’aria di paese che l’aveva fino ad allora caratterizzata.

Acquistò un’aria cittadina e poi, a causa di alcuni episodi di violenza, acquisì una cattiva fama, in gran parte immeritata, ma che purtroppo perdura nel tempo. Infatti a causa di qualche delinquente il nostro quartiere ha fama di essere un posto poco raccomandabile, ma ormai nelle grandi città la criminalità è così diffusa che nessuna zona, neppure le più esclusive, ne sono immuni.

A tal proposito voglio citare un proverbio che mi sembra calzare alla perfezione per noi: “In una foresta fa più rumore un albero che cade che mille alberi che crescono”.
Ma noi, “alberi della Falchera”, siamo orgogliosi di quello che in cinquant’anni abbiamo realizzato: un quartiere dove i nostri figli e nipoti sono contenti di vivere e continuare le nostre tradizioni. E non è poco! Perché nella vita bisogna insegnare ai figli l’onestà e il vivere in pace, rispettando il prossimo e la natura, per essere in armonia con il mondo.

Albina SIMONELLI