13/06/2010 14:06


Il “Silos”, già deposito di granaglie e terminale ferroviario ai tempi dell’ Impero Austro-Ungarico, nel secondo dopoguerra ospitò – si fa per dire viste le condizioni in cui erano costretti a vivere – gli esuli istriani. Oggi è un grande parcheggio; dovrebbe diventare un gigantesco shopping center. Nella fotografia scattata alcuni anni fa si notano a sinistra tre archi, gli ultimi tre rimasti, lì all’ altezza del primo piano c’erano i binari del treno. A destra, osservando i muri, si vedono ancora i resti dei pilastri che sostenevano il piano che non esiste più, dove arrivavano i treni: era la vecchia stazione ferroviaria con i binari sopraelevati. Una delle ali, quella di destra guardando da piazza Libertà, parecchi anni fa prese fuoco, determinando il crollo del tetto e di tutte le parti interne. L’ ala sinistra sarebbe ancora agibile, ma è completamente abbandonata. L’ avancorpo che dà su piazza Libertà è stato restaurato: dentro, oltre al grande posteggio, c’ è la stazione autocorriere, qui spostata dopo aver realizzato la sala “Tripcovich”, e un mercatino di ambulanti ivi trasferiti per liberare la piazza Libertà, ambulanti con i quali la giunta comunale di Trieste è tuttora in una vertenza che si trascina da anni da tribunale in tribunale per ottenere lo sgombero definitivo della struttura. Così veniva descritta la stazione e la sua strana articolazione su due piani ai tempi dell’ Impero Austro-Ungarico.

“L’ area della stazione di Trieste ha un ampiezza importante di 80.900 klafter quadrati (1 Klafter quadrato = 3,56346 m².) o 50 jugeri (1 Jugero = 0,57546 ettari), con la conquista di più della metà dal mare, tra il Lazzaretto nuovo ed il Molo Klutsch. che venne riempito attraverso lo sbancamento dei monti vicini. La stazione si trova nella zona del Porto franco, perciò deve esser tenuto in conto contemporaneamente il libero commercio triestino e il territorio doganale iniziale in Trieste. Perciò la stazione si trova tra due terrazzamenti: l’ inferiore, alla stessa altitudine della città, 9 piedi e mezzo (1 Piede = 0,316081 m.) sul livello del mare ancora nel territorio del porto franco, quello superiore più alto di 20 piedi, già dentro i confini doganali. La stazione inferiore ha la funzione di smistare il traffico marittimo triestino con il movimento ferroviario diretto, perciò da qui l’ importanza di un nuovo porto indipendente, in cui trovano posto almeno 50 navi mercantili”.

La stazione superiore serviva esclusivamente al traffico ferroviario; il terrapieno superiore sorgeva fino ad un altezza di 22 piedi e mezzo sulla più bassa con 80.000 klafter quadrati. Con il materiale ammassato furono costruiti i muri di contenimento verso il mare, verso i magazzini di deposito e verso il Lazzaretto ed i muri di sostegno verso la strada nuova per Prosecco; nel complesso muri di 900 klafter di lunghezza. Infine fu costruita la strada per Prosecco, 18 piedi sopra la piattaforma ferroviaria, lunga quasi 400 klafter, tracciata attraverso la massa dello scavo del fianco del monte. Questa scavalcava la valle di Roiano ed il Torrente Martesin con un viadotto. La ferrovia superiore comprendeva gli edifici di accoglienza dei passeggeri, dei magazzini di spedizione e consegna, i depositi, le rimesse delle locomotive e dei vagoni, le officine di riparazione, magazzini ed il grande deposito del carbone. Il piano di questo edificio con le uscite degli edifici di servizio provvisori comprendeva in tutto 9.260 klafter quadrati. La facciata principale riuniva l’ atrio passeggeri, gli ambienti di servizio ad uso del personale, gli uffici e le abitazioni dei funzionari ed infine gli uffici doganali, per 2.400 klafter quadrati. La superficie totale delle costruzioni della stazione ammontava così a 11.660 Klafter quadrati”. Oggi il “Silos” rappresenta un’area di archeologia industriale e un bene culturale e paesaggistico sottoposto a tutela dalla normativa vigente.
Nel secondo dopoguerra ospitò – si fa per dire viste le condizioni in cui erano costretti a vivere – gli esuli istriani. La scrittrice Marisa Madieri, nata a Fiume nel 1938 e deceduta a Trieste nel 1996, moglie del noto storico triestino Claudio Magris, oltre a racconti ed articoli vari, ha scritto due romanzi: “La Radura” e “Verde acqua”, pubblicati da Einaudi. Io – allora bambino – ho il preciso ricordo dello zio materno Enrico giunto esule da Pirano nel 1956 e di sua moglie Maria che vi erano ospitati. Non ci si meravigli di un “esule” giunto a Trieste appena nel 1956. Era l’ anno in cui molti istriani che erano rimasti in Jugoslavia ai tempi del primo esodo ed avevano partecipato convinti alla costruzione del socialismo in Jugoslavia furono cacciati dalle loro terre in quanto semplicemente “italiani”. Considerati “traditori” dagli altri esuli in quanto erano rimasti nella Jugoslavia di Tito, mal visti anche dalle forze di sinistra locali, perché comunque erano stati espulsi da un paese che faceva comunque parte del blocco comunista. Mio zio fu infatti fra gli ultimi a lasciare il “Silos” per le case di via Baiamonti costruite per ospitare gli esuli. Si era trovato senza nessuno che lo aiutasse, ma – con grande dignità – non se ne lamentò mai. Di “Verde acqua”, racconto-diario che intreccia episodi attuali e ricordi dell’ esodo, riporto due brani che testimoniano le vicende comuni agli esuli giuliano-dalmati e che corrispondono pienamente al mio personale ricordo del “Silos”. Scrive la Madieri: “Feci così la mia prima conoscenza del Silos, dove vivevano accampati migliaia di profughi istriani, dalmati o fiumani come noi. Era un edificio immenso di tre piani, costruito sotto l’ impero asburgico come deposito di granaglie, con un ampia facciata ornata da un rosone e due lunghe ali che racchiudevano una specie di cortile interno, dove i bambini andavano a giocare a frotte e le donne stendevano i panni. L’ esterno di questo edificio è ancor oggi visibile vicino alla stazione ferroviaria. Il pianterreno, il primo e il secondo piano erano quasi completamente immersi nel buio. Il terzo era invece rischiarato da grandi lucernai posti sul tetto, che però non potevano essere aperti. In ogni singolo piano lo spazio era suddiviso da pareti di legno in tanti piccoli scomparti detti “box”, che si susseguivano senza intervalli come celle di un alveare. Si aprivano tra di essi strade maestre e stradine secondarie di collegamento. I box erano tutti numerati e qualcuno aveva anche un nome, proprio come una villa. Anche le strade avevano nomi di riconoscimento: la strada della dalmata, quella dei polesani, la via della cappella o quella dei lavandini. Naturalmente i box più ambiti erano quelli vicino a una delle rare finestre che si aprivano sull’ esterno o quelli del terzo piano, che almeno ricevevano dal tetto la luce del giorno. Entrare al Silos era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno e fumoso purgatorio. Dai box si levavano vapori di cottura e odori disparati, che si univano a formarne uno intenso, tipico, indescrivibile, un misto dolciastro e stantio di minestre, di cavolo, di fritto, di sudore e di ospedale. Di giorno, dall’ intensa luce esterna non era facile abituarsi subito alla debole luce artificiale dell’ interno. Solo dopo un poco si riuscivano a distinguere i contorni dei singoli box e ci si rendeva conto della disposizione complessa e articolata del tenebroso villaggio stratificato e dell’ andirivieni incessante di persone che si muovevano nelle sue strade e nei suoi crocevia. Anche i rumori erano molteplici e formavano un brusio uniforme, dal quale si levavano ogni tanto le note acute di qualche radio, una voce irata, colpi di tosse o il pianto di un bambino. In ogni box del terzo piano c’ erano parecchi secchi e catini che, nelle giornate di pioggia, venivano disposti in vari punti dei box per raccogliere l’ acqua che filtrava in piccoli rivoli dal tetto. Le pareti erano di legno e faesite e bisognava difendersi dalle raffiche di “bora” che filtravano da ogni luogo”. Ancora una testimonianza di Annamaria Zennaro Marsi in cui descrive il “Silos” nel maggio 1949: “I box, delimitati da tavole di legno, preparati per accogliere le numerose richieste e i continui arrivi di profughi e sfollati, erano insufficienti, per cui ci venne assegnato, provvisoriamente, uno spazio vuoto di circa 16 metri quadrati, buio, senza finestre, adiacente ad altre due famiglie, delimitato sul fondo da una parete e completamente aperto davanti, con la possibilità di appendere su una corda, già predisposta, delle coperte grigie per tutelare la nostra privacy. Una lampadina illuminava debolmente la “stanza” e un fornellino circolare, con una resistenza a serpentina, serviva a riscaldare il latte per la colazione del mattino e a bollire l’ acqua per qualche brodino alla sera. Il primo mese il pranzo lo andavamo a prendere o a consumare alla mensa di via Gambini. Al “Silos” i servizi igienici erano facilmente raggiungibili ma insufficienti per le persone che li dovevano usare e, spesso, nelle ore di punta, si doveva fare la fila per potersi “accomodare”. L’ acqua dei lavandini era gelida e non invitava a lavarsi spesso per cui la scarsa igiene, l’alimentazione mediocre, l’obbligata coabitazione e l’impossibilità di riscaldarsi e di ricevere un po’ di aria e di luce naturale, influivano negativamente sullo sviluppo dei bambini generando epidemie influenzali, malattie respiratorie e soprattutto le tanto temute “ghiandole polmonari”.

http://trieste.bora.la/2010/06/09/scampoli-di-storia-il-silos-da-stazione-ferroviaria-a-ricovero-per-gli-esuli-istriani/

a cura di Paolo Geri